Hotel San Giorgio *** - Cenni Storici

3. La colonna al seguito di Mussolini in fuga e la sua cattura e uccisione a Mezzegra

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Come poi si seppe, transitava una lunga colonna di mezzi militari, camion con teloni e autoblindo con cingoli , si parlò di un gruppo di 200 militari tedeschi, e di lussuose scure auto civili , che trasportavano personaggi importanti del governo fascista, i ministri ed i loro famigliari. Tutti erano al seguito di Mussolini che, dopo l’incontro con il cardinale Schuster per definire le condizioni di una possibile tregua, non avendo raggiunto un accordo, avevano lasciato Milano la sera del 25 aprile 1945, giorno della firma dell’armistizio che poneva fine alla guerra, per raggiungere luoghi ritenuti più sicuri .
Trascorsa la notte a Como, la Svizzera negò alla colonna il transito per la ritirata in Germania e la via Regina verso la Valtellina, valle rinchiusa e protetta tra le montagne, restò come ultima scelta per una disperata difesa e possibile sfogo verso la terra tedesca. Successivamente la colonna sostò una notte a Menaggio , dove si tenne, in casa Castelli , l’ultimo Gran Consiglio del regime fascista. Ripartì il giorno successivo ma fu bloccata a Musso dai partigiani del luogo, diretti dal comandante “Pedro”, conte Pierluigi Bellini delle Stelle, di estrazione non comunista.
Seguì l’intervento di un nutrito e armato gruppo di partigiani comunisti inviati dal comando CLN di Milano. Il comandante Pedro fu praticamente esautorato ed i ministri già catturati furono fucilati sulla piazza di Dongo ( visibili ancora oggi i segni lasciati dai proiettili sulla ringhiera verso lago) unitamente alle personalità al seguito, compreso il fratello di Claretta Petacci. Ancora oggi sono visibili i segni lasciati dai proiettili sulla ringhiera che delimita la piazza verso il lago. Prima dell’intervento dei partigiani comunisti provenienti da Milano, Pedro aveva fatto portare Mussolini con la Petacci in gran segreto nella piccola caserma della Guardia di Finanza di Germasino, piccolo paese sovrastante Dongo. Decise poi di trasferirli presso il carcere di Como, ritenuto luogo più sicuro, in attesa della consegna al comando Alleato, secondo convenzione precedentemente siglata tra gli Alleati ed il comando della resistenza partigiana, per l’esecuzione del processo che sarebbe seguito. Fu così che Pedro, forse prevedendo la possibilità di sopraffazione da parte delle forze comuniste antagoniste, dette l’ incarico per il trasferimento a Como a due suoi uomini fidati e particolarmente a lui fedeli .
In sicuro segreto, con Mussolini reso non riconoscibile, con la testa completamente fasciata da bende sanitarie sporche di sangue per simulare gravi ferite, nel corso del viaggio verso Como sorse la difficoltà di superare a Cernobbio un posto di blocco di partigiani, forse non della stessa parte e certamente non ritenuti affidabili dagli stessi partigiani che scortavano i due importanti prigionieri , così raccontava la voce popolare del tempo.
Decisero così di ritornare e cercare un rifugio anonimo e sicuro per la notte incombente . Trovarono alloggio presso amici contadini, i coniugi De Maria, a Giulino di Mezzegra, i quali ignari della vera identità degli ospiti offrirono loro cibo ( di cui non rimase traccia nello stomaco di Mussolini, come evidenziò l’autopsia eseguita successivamente) e la loro camera matrimoniale.
I due partigiani restarono di guardia.
Quanto avvenne poi fu scritto nelle pagine di una storia che, ancora oggi, presenta aspetti non completamente conosciuti. Esistono infatti, oltre a quella ufficiale della fucilazione ai lati del cancello della villa Belmonte, ove oggi si trova la lapide, diverse versioni sull’uccisione di Mussolini e della sua amante Petacci.
Certo è che quei due partigiani cessarono presto di vivere: forse erano stati testimoni scomodi di eventi tragici e inconfessabili e ciò determinò la loro uccisione da parte degli stessi partigiani. In particolare suscitò scalpore e ancora oggi solleva particolare emozione la storia di Neri, Luigi Canali, uno dei due partigiani e della sua compagna Gianna. Entrambi furono uccisi ed i loro corpi non furono mai ritrovati. Si racconta che il Neri, cui era noto anche il destino dell’oro di Dongo e del carteggio custodito nella borsa personale di Mussolini, cadde in un tranello tesogli da ex partigiani comunisti e fu ucciso al Pizzo, promontorio vicino a Villa d’Este a Cernobbio. Il suo corpo fu gettato nel lago, li particolarmente profondo. Anche la sua fedele compagna, Gianna, Giuseppina Tuissi, benché dal passato di sicura militante del partito comunista, scomparse poco tempo dopo. Si raccontò che le sue ultime tracce si persero proprio nel bar pasticceria, già esistente di fronte all’ingresso dell’Albergo dove si svolsero i fatti della battaglia di Lenno. Si disse che era alla ricerca dei responsabili della scomparsa del Neri e che essendo depositaria dei fatti segreti a lei verosimilmente confidati dal suo compagno, fu uccisa ed il suo corpo gettato nel lago di fronte al “ponte del diavolo”.